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C'è un tesoro nascosto nei campi. Carlo Petrini
Inserito il 28 maggio 2009 alle 12:18:00 da Biomau. IT - Notiziario BioSardinia

Il made in Italy della terra: c'è un tesoro nascosto nei campi
di CARLO PETRINI. (7 aprile 2009)






L'ITALIA agricola è un "Paese per vecchi". Abbiamo un contadino
giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni.
Niente di paragonabile a Francia e Germania dove lo stesso rapporto
scende rispettivamente a 1,5 e 0,8. Verrebbe quasi spontaneo lanciare
un appello ai giovani: "Uscite dai call center, andate nei campi!".
Fatevi il favore di un lavoro meno precario, più creativo, più
gratificante, dove siete i padroni di voi stessi, per ritrovare un
sano rapporto con il mondo. Bisognerebbe pensare e parlare non solo di
crisi dell'agricoltura, ma di agricoltura come una delle possibili vie
d'uscita dalla crisi. La formula purtroppo però non è così scontata,
perché evidentemente in Italia tornare alla terra o continuare il
lavoro di padri agricoltori non è facile: il Paese, preso dall'ansia
di rilanciare i consumi, l'industria e l'edilizia, un'opzione del
genere neanche se la immagina. O se la immagina male. I commenti di
alcuni politici, in questo periodo, ricordano la vecchia pubblicità di
un'azienda di pennelli. L'ingenuo manovale diceva: "Per dipingere una
parete grande ci vuole un pennello grande" e quasi stramazzava sotto
il peso di un arnese così gigantesco da non essere funzionale. È la
logica che guida quanti oggi si precipitano a spiegare che la crisi è
"globale" e tali devono essere le soluzioni: grande scala, impatto
internazionale, industria, potenziamento dell'export... Al contrario,
si arriva addirittura a dileggiare le soluzioni che individuano
percorsi locali, cicli brevi, potenziamento delle filiere corte, delle
reti e delle economie locali: soluzioni leggere, rapide, partecipate
ed immediatamente efficaci. In questo modo ci si dimentica che le
nostre campagne si stanno spopolando come non mai e nemmeno si aiutano
i giovani con i giusti incentivi o lo snellimento di pratiche
burocratiche sempre più vessatorie. L'agricoltura in Italia determina
la formazione del 15% del Pil relativo all'agroalimentare, dà lavoro
al 4% della popolazione occupata. Gli addetti sono in costante calo:
901mila nel 2008, 924mila del 2007 e 982mila nel 2006. I giovani sono
il 2,9% del totale, anche qui, di lunga molti meno che in Francia e
Germania (7,5% circa in entrambi i Paesi). Sono dati che dovrebbero
calamitare l'attenzione non solo di chi governa, ma in generale di chi
vuole comprendere e analizzare le pieghe dell'attuale crisi e,
allontanandosi dagli slogan, provare a capire come sta funzionando il
Paese in questo periodo, come si stanno comportando le persone, le
aziende, i consumi, le vite reali. Invece un malinteso senso della
modernità e del business porta ormai molti politici ad allontanarsi
sempre più dalla considerazione dei territori e delle loro peculiarità
ed esigenze, per riferirsi esclusivamente ai mercati per lo meno
nazionali, ma preferibilmente internazionali. Il che significa filiere
lunghissime, trasporti, monocolture, grande distribuzione, necessità
di input chimici per le coltivazioni, apertura agli Ogm. Significa,
sostanzialmente, ulteriore
industrializzazione del modello agricolo: grandi quantità, uniformità,
concentrazione e priorità alle esigenze di chi vende piuttosto che a
quelle di chi coltiva e consuma. La parola magica è "competitività", e
quindi "export", ovviamente riferito al "made in Italy". Propongo di
guardarlo in faccia il "made in Italy" del cibo, e di guardargli anche
le mani, le scarpe, le rughe, le aziende. Guardiamo anche gli
estimatori del made in Italy. Non ci sono solo quelli che lo
apprezzano da casa, acquistando i prodotti italiani o che presumono
essere tali. Ci sono anche, e sono tanti, quelli che vengono in Italia
non per ammirare le autostrade, le ferrovie, i porti grazie ai quali
esportiamo il made in Italy, ma per sentirsi accolti da una cultura
legata a prodotti, sapienze e gesti che hanno dato vita a paesaggi,
comunità e solide economie. Vengono per stupirsi, ogni volta, della
straordinaria varietà che il nostro mondo rurale e gastronomico può
offrire. Possibile che tutto questo non conti niente? Possibile che
tra i tanti incentivi e appoggi finanziari, o per lo meno
facilitazioni, non ce ne possano essere anche per chi è attirato da
questo mestiere, certo faticosissimo, ma di grande futuro? Invece no,
si dice che il settore non è competitivo, che le nostre aziende,
sempre più vecchie, sono troppo frammentate, che ci vorrebbe
maggiore concentrazione: più agricoltura industriale di grande scala,
meno persone nelle campagne. E poi si porta ad esempio, per esaltare
il made in Italy, il settore del vino. Ma è proprio sulla
frammentazione, sulla diversità dei territori e di tante piccole
aziende creative e innovative, tutte concentrate sulla più alta
qualità, che il vino italiano ha costruito i suoi successi. La stessa
cosa dovrebbe avvenire, essere promossa e finanziata, per tutti gli
altri settori agricoli, per tutte le produzioni che possono fare della
diversità e del radicamento sul territorio il loro punto di forza: ciò
che non a caso ha reso fino ad oggi grande la nostra agricoltura e la
nostra gastronomia, ciò che ha generato quell'appeal che si chiama
anche "made in Italy". Non è solo sulle esportazioni che bisogna
puntare: è sulla capacità dei nostri territori rurali di essere al
servizio del Paese, a condizione che anche il Paese si metta al loro
servizio. Disoccupazione? Il Ministro dell'agricoltura giapponese ha
finanziato per 800 persone che hanno perso il lavoro uno stage di 10
giorni per imparare a produrre e vendere ortaggi e frutta. Dopo il
corso formativo i disoccupati lavoreranno per un anno in villaggi
agricoli. Dall'altra parte del Pacifico, il dipartimento
dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato l'apertura di circa
300mila nuove aziende agricole negli ultimi anni. Una tendenza
favorita dal programma per l'agricoltura definito dal nuovo presidente
degli Stati Uniti: incoraggiare tramite detassazioni e finanziamenti
agevolati i giovani a diventare agricoltori, incentivare l'agricoltura
locale, sostenibile e biologica, promuovere le energie rinnovabili,
assicurare la copertura della banda larga nelle aree rurali,
migliorare le infrastrutture nelle campagne ed estendere l'obbligo di
indicare l'origine degli alimenti in etichetta per consentire di
distinguere il proprio prodotto da quello importato. Noi invece
vogliamo più cemento, più villette, più aziende agricole concentrate
nelle mani di imprenditori sempre più vecchi, che rifiutano
addirittura di farsi chiamare "contadini" e che diventano campioni di
un sempre più anonimo export. Se dal 4% di occupati in agricoltura si
provasse a passare anche solo al 5% o al 6%, come cambierebbe questo
paese? Perché nessuno scommette sul settore, perché non si potenziano
i mille rivoli di economia e produzione virtuosa che l'agricoltura di
piccola e media scala consente? L'agricoltura italiana di qualità non
può, non deve e soprattutto non vuole diventare "un paese per vecchi":
occorre dare valore all'entusiasmo che oggi tanti giovani potrebbero
mostrare per l'attività, considerando seriamente il comparto come uno
dei più sani e potenti mezzi per reagire alla crisi. Anche così il
made in Italy eviterà di diventare un'etichetta inutile e vuota, e
sarà sempre meno facile imitarlo.

http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/economia/tesoro-nei-campi/tesoro-nei-campi/tesoro-nei-campi.html>

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