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| Di nuovo nucleare? No grazie |
Inserito il 11 giugno 2008 alle 15:26:00 da maucontinen. IT - Informazioni di servizio Indirizzo sito : Liberazione
Un articolo che dimostra l'insensatezza della proposta del ministro Scajola sul ritorno all'energia nucleare
Da un paio d’anni la crisi climatica e l’esaurimento dei combustibili fossili sono entrati nelle agende dei politici ma non abbiamo fatto in tempo a rallegrarci che le sirene dell’atomo hanno ricominciato a suonare. Prima di andarsene Blair, capofila della cordata, aveva buttato giù un paio di conti: per salvare il mondo con l’energia atomica bisogna investire una cosa come 17 mila miliardi di dollari di qui al 2030. Ora, tralasciando il piccolo particolare, segnalato dall’Us Army, che le riserve mondiali di uranio saranno sufficienti per appena vent’anni con i ritmi attuali e che già sono cominciate le guerre per accaparrarsi le ultime scorte (il Darfur ha la disgrazia di essere ricco di questo minerale) il ritorno all’energia nucleare è una follia sotto quasi tutti i punti di vista. In primo luogo c’è la questione della tempistica. Per motivi tecnici, politici e logistici, anche se si decidesse domani di lanciare un programma su larga scala, non si può realisticamente sperare di produrre energia nucleare prima del 2020. Ora, come dice Jeremy Leggett, geologo di fama internazionale e autore di Fine corsa «proviamo a immaginare quale livello potrebbe raggiungere il mercato delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica di qui al 2020 se disponesse anche solo di una minima parte dell’appoggio di cui ha goduto il nucleare nell’ultimo mezzo secolo». Un serio programma di investimenti per rammodernare le fatiscenti reti elettriche vecchie di cinquant’anni(in Italia perdono un 30 per cento di elettricità) e un piccolo sostegno allo sviluppo delle rinnovabili, darebbero risultati sostanziosi da domani, non fra dodici anni. E qui passiamo al secondo problema che riguarda, appunto, gli investimenti. Oggi, nel pieno della liberalizzazione dei mercati energetici mondiali, nessuna istituzione finanziaria vede nell’energia nucleare una proficua opportunità d’investimento. Lunghi tempi di progettazione, costi imprevedibili dei nuovi tipi di reattori e spese per lo smaltimento delle scorie rendono il nucleare poco competitivo a meno che non venga orchestrata una bella campagna allarmistica che trasformi la costruzione delle centrali in un’emergenza nazionale da finanziare con i soldi dei contribuenti. Terzo problema: se si decide di costruire una nuova generazione di impianti nucleari bisogna accettare il fatto che una nuova generazione di terroristi troverà prima o poi il modo di far saltare in aria una città. Il progettista di armi nucleari Theodore Taylor, morto nel 2004 dopo un pentimento in extremis, si opponeva all’energia nucleare perché, come scriveva, basta un semplice laureando per costruire una bomba sporca, soprattutto in un mondo popolato di reattori. L’altra enorme controindicazione, ancora irrisolta, riguarda il problema delle scorie: attualmente in nessun paese del mondo esistono impianti idonei al deposito di residui altamente radioattivi e, anzi, molte nazioni hanno difficoltà anche a smaltire le scorie a bassa intensità. Basti pensare che la breve stagione del nucleare italiano, fortunatamente bloccata dal referendum del dopo Chernobyl, è ancora in cerca del modo di smaltire la pur modesta quantità di scorie prodotte. Se dovessimo sostituire i combustibili fossili con il nucleare le scorie radioattive sarebbero migliaia di tonnellate. Anche lasciando da parte il rischio d’incidente – che ovviamente non si può escludere - si tratta di un vero incubo ambientale e politico quasi equivalente al problema del riscaldamento globale che il nucleare dovrebbe risolvere. E qui veniamo all’ultimo punto: ma davvero i reattori producono una quantità esigua di gas serra? A prima vista il conteggio delle emissioni è a favore degli impianti nucleari rispetto, ad esempio, alla produzione di elettricità delle centrali a carbone. Il problema è che per far quadrare i conti bisogna tenere fuori dal calcolo i gas serra emessi durante l’estrazione e la lavorazione dell’uranio, quelli emessi durante la costruzione delle centrali e quelli, decisamente ingenti, derivati dal trasporto e dalla lavorazione delle scorie. Una volta inseriti nell’equazione anche questi numeri, ecco che l’energia nucleare appare molto meno pulita di come la si dipinge. Sabina Morandi da: l'Insostenibile n. 29 suppl.settimanale di Liberazione - aprile 2008
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